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La morte di Maddie e la Rete degli orchi. Gli ex bambini di Sarajevo. Vita dura dietro le luci della movida, nelle case popolari di Milano

Email sent: Jul 23, 2020 6:07am

La morte di Maddie e la Rete degli orchi. Gli ex bambini di Sarajevo. Vita dura dietro le luci della movida, nelle case popolari di Milano

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Nel nuovo “7”. L'inchiesta di Beltramin e Ciszek
La piccola Maddie, l'orco che la rapì e la spaventosa rete degli abusi sui minori in Europa
di Luca Zanini
editorialista
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C'è qualcosa che può spaventare un genitore più del rischio Covid in questi giorni d'estate? Sì, c'è: è la minaccia della pedofilia in Rete, che proprio nei mesi del lockdown ha fatto registrare numeri spaventosi. Ci avranno pensato in molte mamme e molti papà quando a metà giugno la Procura tedesca ha annunciato di avere prove concrete per la scomparsa della piccola Maddie McCann - rapita in Portogallo nel 2007 - contro il pedofilo Christian Brückner, sostenendo di essere ormai certa che la piccola, 3 anni quando sparì, sia morta. La svolta nelle indagini (a lungo farraginose) dopo 13 anni, è lo spunto da cui parte la scelta di Paolo Beltramin e Christina Ciszek di ricostruire per 7 (sul numero in edicola venerdì 24 luglio) la storia del 43enne tedesco, già condannato 17 volte in passato per reati di violenza sessuale e molestie su minori. Sul magazine del Corriere, raccontano quello che ancora non sapete dell'inchiesta e degli errori commessi. Quegli errori che hanno consentito al colpevole - che sia Brückner o chi altro - di restare libero per quasi tre lustri. Eppure Christian «occhi azzurri, bel fisico, battuta pronta» si spostava con due mezzi che davano nell'occhio: una Jaguar XJ6 e un camper Volkswagen Westfalia a strisce bianche e gialle. Brückner è stato poi arrestato per caso, a Milano, due anni fa: su di lui pendeva una condanna a 6 anni e 10 mesi per traffico di droga, il reato per cui ancora oggi si trova in carcere a Kiel, in Germania. Il giorno della scomparsa di Maddie si trovava in Algarve. Il suo cellulare, quella notte sarebbe stato loggato vicino all'Ocean Club dove soggiornavano i McCann. Mancano pochi tasselli per rendere l'accusa di omicidio sostenibile davanti a una giuria. Eileen, la battagliera nonna di Maddie, non ha fatto in tempo a sapere dell'ultima svolta nell'indagine: a inizio maggio è morta di coronavirus. E qui sembra chiudersi il cerchio: avete più paura del Covid o dei pedofili? Prima di rispondere, leggete anche - sempre su 7 - l'inchiesta realizzata da Giusi Fasano sulla rete degli orchi in Europa: negli ultimi mesi, c'è stato un balzo nello scambio online di materiale pedopornografico.
A 25 anni dalla guerra civile
Gli ex bambini della guerra in Bosnia, in bilico tra rinascita e fuga dalla città del dolore
di Mara Gergolet
editorialista
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Hanno 35, 40 anni oggi quei ragazzini che nelle foto della tragica guerra dei Balcani giocavano in strada durante le rare tregue. Sono adulti ma ancora non sanno, non riescono a decidere, se restare o fuggire dalla capitale della Bosnia, la città dove hanno visto morire tanti dei loro amici, padri, madri, parenti. Venticinque anni dopo il conflitto, gli ex bambini musulmani di Sarajevo devono scegliere se sperare ancora in una rinascita. Dzemil Hodzic, aveva 12 anni quando cessò di essere bambino: vide morire suo fratello maggiore Amel, tra le braccia della madre; era stato colpito da un cecchino mentre giocava. Tempo fa si è accorto di non avere foto di quell'epoca drammatica, come del fratello. E si è messo a cercarle. Ha creato un archivio, consultabile anche online: lo Sniper Alley Photo (Strada dei Cecchini, così si chiama ancora il viale più insanguinato di Sarajevo, che collega la città vecchia a quella nuova). Come Amel furono uccisi dagli sniper, i cecchini, altri 11.541 civili, dei quali 1.602 erano bambini. Era poco più di un bambino, all'epoca, anche il poeta Faruk Sehic, che oggi dice: «Quando guardo le foto di guerra, vi trovo persone più felici e sorridenti che nelle strade di oggi. Cioè vedo più amore, eros, slancio, ottimismo, fiducia nel futuro». Nel suo ultimo racconto dai Balcani, Tim Judah, giornalista e scrittore che li ha frequentati a lungo, spiega che il suo autista Ilija, 42 anni, vorrebbe andarsene da anni ma non ci riesce: il permesso d'espatrio non arriva mai in tempo e lui resta bloccato in questa Bosnia povera e mai ripartita.
Tra spacciatori e abitanti resilienti
L'altra faccia di Milano: dietro ai locali notturni, la vita difficile nella bolla delle case popolari
di Heba Madkour
editorialista
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Che vi piaccia o sia per voi fonte di preoccupazione, la Movida milanese ha ricominciato ad animare le vie della capitale economica, una città che si interroga sul suo futuro nel post pandemia, che fa convivere nuovi successi e vecchi problemi: contraddizioni che appaiono evidenti se soltanto si «gira l'angolo della Movida», come invita a fare Heba Madkour (molti di voi l'avranno conosciuta per il suo instancabile talento organizzativo a Il Tempo delle Donne) sulle pagine di 7. Negli edifici dell'Aler compresi tra via Gola, via Pichi e via Borsi (edilizia popolare, in condizioni ormai indecenti), a un passo dalla Darsena, inquilini regolari e abusivi (oltre il 50%) abitano in una bolla. Tra portoni e citofoni rotti, la caldaia che si blocca, gli spacciatori. «Se da un punto di vista virologico siamo tutti uguali, da molti altri punti di vista - sociali ed economici - non lo siamo affatto. Come il digital divide è stato amplificato nei giorni che hanno visto la tecnologia diventare bene di prima necessità, così la casa in cui ci siamo rifugiati dal virus esalta le differenze tra noi». Qui, negli anni, le droghe si sono alternate come le mode: l'eroina fino ai Duemila, la cocaina nel primo ventennio, la marijuana che accompagna. Eppure fino a pochi anni fa lo spaccio non toccava gli abitanti, non metteva paura. Ora ci sono scippi e aggressioni anche ai danni dei residenti. Qui con la pandemia le meccaniche sociali e le situazioni al limite non sono cambiate, anzi si sono estremizzate. Ma non tutto è perduto: qualche volontario sistema il verde comune, «si organizzano grigliate e si cerca di aggiustare l'aggiustabile». Ci si cura l'uno dell'altro, creando una comunità che non teme differenze di razza, religione o status economico. Nella speranza di promuovere un futuro migliore.
Dialogo tra due scrittrici
«Non discriminateci: siamo grasse, belle, combattive. E pronte alla rappresaglia»
di Costanza Rizzacasa d'Orsogna
editorialista
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«Puoi essere vittima di razzismo e non rendertene conto, perché è troppo doloroso». Lo dice Sarai Walker, l'apprezzata autrice del libro «Dietland», da cui è nata l'omonima serie televisiva (su Amazon). «Succede anche in Italia: ogni giorno, per strada perfetti sconosciuti mi dicevano le cose più terribili, mi guardavano con ribrezzo - le fa eco Costanza Rizzacasa d'Orsogna, che sul magazine del Corriere cura la rubrica anyBody -. Per non sentirli, per non sentire quello sguardo su di me, mi sono chiusa in casa per tre anni». Può partire da queste due frasi il viaggio alla scoperta dell'universo delle persone grasse, che 7 propone attraverso il dialogo tra due brave e note scrittrici. E sul sentiero che persone battagliere come Sarai e Costanza percorrono da anni per combattere offese e discriminazioni, per dire no alla colpevolizzazione dei corpi diversi. Corpi ribelli, dunque, sono quelli di tante persone che rifiutano l'etichetta fat, che respingono il fat shaming e lottano per far capire a tutti che «grasso è (o può essere) bello». Sotto tanti punti di vista. Un dialogo da non perdere anche per chi non ci ha mai pensato, ma soprattutto per chi inconsapevolmente schiva le persone che hanno un fisico sovrappeso o obeso, per chi non sa di essere razzista verso i grassi. Scopriamo insieme, grazie a Sarai e Costanza, che cosa vuol dire crescere credendo di essere sbagliati, passare anni tra diete e cure mediche (spesso non indispensabili), e magari ritrovarsi un giorno a prendere coscienza di sé, della propria bellezza, con o senza chili «di troppo» (per gli altri). Sarai e Costanza lo hanno fatto anche attraverso la scrittura, con due splendidi romanzi: «Dietland» (Mondadori) e «Non superare le dosi consigliate» (Guanda). «Parliamo di obesità, di dipendenza da cibo e lassativi? Parliamo delle menzogne che raccontiamo a noi stesse e agli altri per sopravvivere in questo mondo dove non sembra esserci posto per noi», sottolinea Rizzacasa d'Orsogna. «Credo sia fondamentale trovare nuove narrazioni, ampliare il modo in cui parliamo delle persone grasse. Non c'è solo dolore. Il mio romanzo - spiega Walker - esplora la grassofobia attraverso una lente femminista, ma non sempre il femminismo ha avuto le risposte giuste». Alla fine, meglio puntare su un messaggio positivo: non è facile, ma «puoi essere grassa e felice. In forma a qualunque peso».
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