UNA STORIA DI COPERTINA E 7 IDEE |
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sulla copertina del numero di 7 da domani in edicola e edizione digitale Aldo Cazzullo firma un grande reportage da Eritrea e Etiopia. Il vicedirettore del Corriere, scrittore e conduttore è tornato in Africa sulle tracce di Indro Montanelli per raccontare in Una giornata particolare (mercoledì 27 maggio e mercoledì 3 giugno su La7) il prezzo delle ambizioni espansionistiche italiane. Con una conferma: la vocazione di noi italiani è la pace
All'interno del magazine grande spazio alle interviste Luca Carboni si racconta a Paolo Giordano, Paola Turci ripercorre matrimonio e separazione con Francesca Pascale.
Poi due nuove puntate delle serie dedicate a Intelligenza Artificiale e Neorurali e, come sempre, i consigli di visione e ascolto a cura della redazione spettacoli e social
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LE TRE GUERRE, I COLONI.
LA NOSTRA AFRICA
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«Il maresciallo Badoglio telegrafa: oggi, 5 maggio, alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba».
Mi sono sempre chiesto cos’abbiano pensato i nostri nonni quando il Duce – novant’anni fa, in questi stessi giorni – diede trionfalmente l’annuncio della presa di Addis Abeba, dal balcone di piazza Venezia. Quasi nessuno tra i nostri nonni era un antifascista militante, ma tanti non erano fascisti. Eppure quelle parole di Mussolini segnarono il culmine del consenso al regime. Indicavano una rivincita storica. E nello stesso tempo rappresentarono l’inizio della fine.
«Con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni. Ora basta!» aveva detto, anzi gridato il Duce dal balcone il 2 ottobre del 1935, proclamando la guerra. Quasi quarant’anni erano passati dal primo marzo 1896: Adua. La prima guerra perduta da una potenza europea contro una potenza africana. Da un esercito bianco contro un esercito nero. Gli inglesi avevano perduto battaglie; ma poi la guerra alla fine l’avevano sempre vinta. Quell’umiliazione pesava sulla coscienza e sull’orgoglio degli italiani. Adua non divenne un nome da cancellare, ma un nome da ricordare. Non una ferita da suturare, ma da lasciare aperta. Nacquero i cinema Adua, le vie Adua, financo molte bambine chiamate Adua. Un modo per tener vivo il ricordo, dei caduti e della necessaria rivincita. Quella che il Duce ora prometteva, e manteneva.
A prezzo però di migliaia di morti. Quattromila i caduti italiani. Molti, molti di più quelli africani. Ascari eritrei, libici, somali, nostri alleati. E etiopi, nostri nemici. Contro i quali Mussolini ordinò di usare i gas vietati dalle convenzioni internazionali. E la morte per gas era terribile. Sulle rive del lago Ascianghi il Negus Neghesti, il re dei re, l’imperatore Hailé Selassié, vide centinaia di suoi soldati morti tra atroci tormenti: avevano bevuto l’acqua avvelenata.
La guerra d’Etiopia del 1936 fu un crimine contro l’umanità.
Però le navi italiane trasportarono in Africa in quell’anno novecentomila persone. Quasi mezzo milione di soldati, più la logistica, più i civili. Tra la fine dell’Ottocento e il 1941, l’anno della caduta dell’impero, andarono nel Corno d’Africa milioni di italiani. Erano tutti criminali? Certo che no.
«Partì per l’Abissinia chiunque avesse in corpo qualcosa. Per la mia generazione fu come il Far West e il Sessantotto insieme» ha scritto Indro Montanelli nella sua autobiografia. Salvo poi riconoscere che quell’impresa antistorica aveva avuto un effetto deleterio per l’Italia: avvicinarla alla Germania di Hitler, sino alla vergogna delle leggi razziali e alla tragedia della Seconda guerra mondiale.
Il più grande giornalista italiano divenne famoso proprio durante quella guerra. Sottotenente di un battaglione di ascari, scriveva a casa lettere e storie, che il padre a sua insaputa fece raccogliere in un libro: XX battaglione eritreo. Un giorno lo raggiunse in Etiopia un ufficiale appena arrivato dall’Italia: «Montanelli? Parente di Indro?». «Sono io Indro». «Allora siete voi l’autore di XX battaglione eritreo?!».
Proprio quel libro, il primo di Montanelli, farà un po’ da guida al nostro viaggio.
Il reportage completo è sul numero 20 di "7" in edicola e in digital edition con il Corriere della Sera da venerdì 15 maggio
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FARE SENTIRE LA VOCE DEL PIU' DEBOLE.
GLI "STUDI SUBALTERNI"
(O POSTCOLONIALI)
E LA VOCE DI GRAMSCI
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Piaccia o no, viviamo in un mondo sempre più connesso e globale. Possiamo alzare tutti i muri che vogliamo, ma la realtà non è più solo quella della terra e del mare: in fondo, le informazioni più importanti passano per altre vie, quelle digitali – e anche quella è realtà, no? Sono problemi nuovi, che aprono anche a nuove possibilità, costringendoci ad allargare lo sguardo. Una delle teorie filosofiche più interessanti degli ultimi anni è quella dei cosiddetti subaltern studies. È una prospettiva che fa tesoro delle intuizioni di un pensatore italiano, forse il pensatore italiano più popolare nel mondo in questo momento, Antonio Gramsci. Il potere non si esercita solo con la forza: altrettanto importante è l’egemonia, la capacità di creare un consenso che legittima la propria posizione di forza. Gli studi subalterni vogliono dare voce agli esclusi, a chi si trova appunto in una posizione di subalternità rispetto al discorso egemonico, e non ha mai potuto far ascoltare le proprie ragioni. Un caso esemplare è quello delle donne, che per secoli si sono viste negare la possibilità di essere considerate agenti autonomi, con idee e punti di vista loro propri. Il problema non era solo quello della posizione di inferiorità a cui erano condannate: non meno grave era appunto il fatto che il loro mondo fosse sempre filtrato attraverso schemi e categorie maschili, attraverso i maschi che parlavano al loro posto, come se i mariti o i padri capissero meglio delle mogli o delle figlie cosa queste ultime volessero – e ovviamente volevano sempre quello che i maschi desideravano per loro (un buon marito, la sicurezza e la tranquillità…).
Lo stesso discorso vale anche su una scala più generale per i popoli colonizzati (e quindi una parte consistente del mondo), come ha osservato in un celebre saggio Gayatri Chakravoty Spivak, Can the subaltern speak?. Anche in questi casi i governanti, in base all’assunto di una loro (presunta) superiorità intellettuale, hanno ritradotto il mondo dei governati secondo le loro categorie, fraintendendolo e mistificandolo, così da poterlo riadattare ai loro schemi mentali. In parte non poteva che essere così, visto che abbiamo bisogno di rendere familiare ciò che ci è estraneo se lo vogliamo comprendere. Ma in parte questo ha significato una perdita di prospettive.
I cosiddetti subaltern studies o studi postcoloniali vogliono cercare di contrastare questa tendenza, riscrivendo per così dire la storia dal punto di vista dei perdenti, o comunque di chi è rimasto nella posizione debole o marginale. Non è un caso che questi tipi di studi stia fiorendo al giorno d’oggi, quando non ci sono più potenze “egemoni”, capaci di imporre politicamente e culturalmente il proprio punto di vista su tutto e tutti. E nuove sfide – ma in realtà sono sempre le stesse sfide, che riappaiono con vesti diverse – si profilano all’orizzonte. Questa difesa della pluralità e della diversità è benvenuta perché, come si diceva, ci permette di ampliare lo sguardo e arricchire i punti di vista. Ma riusciremo anche a trovare un punto di sintesi che ci aiuti a determinare dei valori comuni e condivisi? Diversamente, come fare per convivere insieme pacificamente?
La rubrica è sul numero 20 di "7" in edicola e in digital edition con il Corriere della Sera da venerdì 15 maggio
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LUCA CARBONI:
«SPARARE CANZONI D'AMORE È LA MIA UNICA ARMA»
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«Non amo molto parlare, ancora meno parlare di me».
Esordisce così Luca Carboni. Non lo fa per parafrasare il titolo del suo libro, Luca non parlava mai. Né tantomeno per spocchia. Semmai sta porgendo delle scuse anticipate, per quando si troverà a esitare nelle risposte, a dubitare di quello che ha appena detto, a lasciare una frase a metà seguita da un lungo silenzio.
Eppure il libro lo ha scritto, e nel libro parla proprio di sé. Della sua vita, della sua musica, delle persone che lungo il percorso lo hanno cambiato. Il progetto è nato dopo la malattia, un tumore polmonare per cui è stato curato, prima con la chemio poi chirurgicamente. E il racconto inizia da lì, dall’ospedale, dalle infusioni della mattina insieme agli altri pazienti, che diventano malgrado le ritrosie una comunità. Come se ci fosse un legame diretto fra l’esperienza terrorizzante eppure così ordinaria del cancro, e la carriera eccezionale di cantautore.
«Nel periodo della malattia mi sono allontanato dalla musica» mi dice. «Ho lavorato sulla pittura e sul disegno. Mi davano consolazione, anche perché richiedevano meno energie. Nel frattempo meditavo, ascoltavo audiolibri. Nemmeno dopo l’intervento, quando mi sono tornate un po’ di forze, l’istinto è stato di riprendere il disco lasciato in sospeso. Ho invece coinvolto Luca Beatrice per esporre i miei quadri. Nel costruire la mostra, intitolata Rio Ari O, lui mi ha spinto ad allargare lo sguardo, a tirare fuori anche tutto il resto di me, i bloc-notes, gli appunti, le liste che ora si trovano all’inizio dei capitoli. Schizzi, disegni, tentativi di romanzi. Fogli sparsi, compresi quelli che avevo abbandonato nella vecchia casa e che mio padre aveva conservato con cura».
Il libro mantiene una traccia di questa origine frammentaria. Non è un’autobiografia in senso classico. Non si avverte, ad esempio, quell’aura di predestinazione così comune nei resoconti di questo tipo. Qui tutto è pervaso dal pudore, eppure i sentimenti filtrano. Il più commovente è proprio la tenerezza del padre di Luca, che ha annotato, nei suoi diari, tutto ciò che il figlio faceva, come uomo e come artista.
«Mio padre era contrario alla proprietà privata (non ha mai posseduto una casa). Alla fine non aveva niente da lasciarci, solo piccoli oggetti. La sua eredità più importante sono i suoi diari. La ricchezza di sguardo che aveva su di me, e che trapela da quegli appunti, l’aveva per tutti e cinque noi fratelli, e anche per i suoi genitori. Nella stessa pagina trovavi scritto: “Luca concerto a Bologna”, “Elisabetta operata al gomito” poi “esame di fisica trenta e lode” su mio fratello maggiore. Sapevamo di questa sua attività, ma abbiamo avuto accesso ai diari solo quando abbiamo iniziato ad accudirlo».
Leggendo il libro, ricomponendo i frammenti, si ha l’immagine di una vita al riparo da grandi dolori, da lacerazioni, anche da tormenti artistici troppo acuti. Con l’unica eccezione della malattia, che ha comunque avuto un esito positivo. Mi sono chiesto se sia andata veramente così la vita di Luca Carboni, o se sia una scelta di racconto.
«In effetti non ho vissuto grandi traumi o sofferenze, nemmeno crisi creative profonde. Semmai ho rimandato, quando non mi sentivo pronto. Mi sono preso molto tempo, infatti in quarant’anni ho realizzato pochi dischi in confronto ad altri. Dalla musica sono sempre entrato e uscito. Ogni volta cercavo di dimenticare tutto e di ripartire da capo. Per questo i miei dischi sono così diversi fra loro».
Il libro è anche un catalogo di incontri decisivi. Fra tutti, come ci si aspetta, giganteggia quello con Lucio Dalla, che per primo ha incoraggiato Carboni a cantare i pezzi che scriveva. L’ingresso di Dalla in scena – coricato su un frigorifero dei gelati – è puramente romanzesco.
«Sento ancora l’esigenza di ascoltare la musica di Lucio. Soprattutto del Lucio cantautore. Come è profondo il mare, Dalla e Lucio Dalla. Ma anche il Qdisc, dove c’era Telefonami tra vent’anni. Che poi è la fase in cui l’ho conosciuto. Era appena diventato orfano. Dopo la morte di sua madre gli era venuto fuori tutto. Era illuminato».
L'intervista completa è sul numero 20 i "7" in edicola e in digital edition con il Corriere della Sera da venerdì 15 maggio.
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PAOLA TURCI RACCONTA FRANCESCA PASCALE: «È STATA UNA RELAZIONE TOSSICA. LA SEPARAZIONE? WOOOAH» |
La fine di una storia, quella con Francesca Pascale, dopo due anni di matrimonio rotolati in fretta e consumati dal gossip. Un trasloco per fuggire dalla campagna che le stava stretta e tornare nella sua casa di Roma con «pavimenti, divano, tavolo e sedie nuovi». Una nuova fase creativa «come un getto d’acqua che si apre all’improvviso» e «la ritrovata voglia di prendere in mano penna e chitarra» abbandonate per troppo tempo. Paola Turci si sente «felice e in ripartenza» e tutta questa aria di novità e cambiamento l’ha convogliata in Vita mia, il suo nuovo singolo che esce oggi.
In una strofa lei canta: «è una canzone diversa/ uscita fuori dalla mia stanza/ mentre mettevo a posto la testa». Cosa non funzionava dentro di lei?
«C’era un reset da fare. Tante cose da mettere a posto. È una canzone, scritta con Veronica Lucchesi della Rappresentante di lista che ha subito colto l’aria di rinnovamento, di complicità, di voglia stare insieme oltre i pregiudizi e le differenze»
Sempre dal testo: «la mia prima primavera»… Solo la prima?
«Quando arriva, sembra sempre la prima. A volte, e questa è una di quelle, lo sembra ancora di più. Potrebbe anche non essere l’ultima ripartenza della mia vita, del resto sono allenata ai cambiamenti, mi affascinano. Però ho ritrovato l’allegria, la serenità. Vedo questa leggerezza che esce dalla canzone e che mi assomiglia».
Chi o cosa gliele avevano sottratte?
«Non mi erano state portate via, ma si erano assopite, erano in pausa. Non me ne rendevo conto, ma da metropolitana quale sono, i cinque anni vissuti (con Francesca Pascale, ndr) nella Toscana bucolica mi sono pesati. Mi mancavano anche quelle cose stupide della vita cittadina che quando hai magari disprezzi, come i rumori della strada. Mi fa piacere sentire l’autobus che passa lontano, è un sintomo di presenza umana che è quello che mi è mancato. Per scrivere ho il bisogno di sentirmi “insieme”. Tornata a Roma, in un residence mentre sistemavo casa, il disco è nato in due mesi».
Se c’è una primavera adesso, vuole dire che prima c’è stato un autunno/inverno sentimentale? La fine del matrimonio con Pascale?
«A dire la verità, dopo due giorni dalla separazione ero felice. Forse un po’ disorientata ma woooah. Certo, prima le stagioni ci sono state e anche un inverno prolungato».
La fine della storia è una cicatrice?
«No, o se lo è stata si è già rimarginata. All’inizio qualche affermazione e qualche bugia mi hanno disturbato, poi ho lasciato andare. Come dico nel brano “la verità conta”».
In un’intervista al Corriere, Pascale ha parlato di una relazione tossica… Bugia?
«Quello è vero. C’erano incomprensioni ed era sempre più marcata una differenza di vedute e di opinioni che all’inizio non c’era. Se incontrassi la persona che vedo in certi filmati adesso, come quello di Viareggio (in cui Pascale insulta dei manifestanti ProPal ndr) eviterei di averci a che fare».
Sempre Pascale su di lei: «Disprezzava Berlusconi, ma non il fatto di vivere in casa mia con il suo denaro».
«Ho sempre vissuto delle mie forze e del mio lavoro, sono sempre stata autonoma. Il nostro legame andava oltre il fidanzamento, siamo state sposate, ma io avrei voluto vivere nella mia casa. Mi è mancata molto una casa che sentissi mia».
Torniamo al bucolica?
«No, non per quello: mi sentivo ospite».
Ci si sentiva o la faceva sentire così sua moglie?
«È la stessa cosa».
L'articolo completo è sul numero 19 di "7" in edicola e in digital edition con il Corriere della Sera da venerdì 8 maggio
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I CORPI E LA MODA:
«ERO UN'ADOLESCENTE ARRABBIATA. POI HO IMPARATO
A USARE I VESTITI PER AFFRONTARE LA PAURA»
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«Per me fare ricerca, scrivere, fare una mostra vuol dire sempre porre domande. E se poi qualcuno in queste domande troverà lo stimolo per fare qualcos’altro, sono la persona più felice del mondo», mi sorride, in collegamento dalla sua casa di Venezia, Maria Luisa Frisa, mentre mi racconta l’appassionata ricerca che l’ha portata a scrivere Il corpo alla moda, appena uscito per Einaudi. Un saggio sorprendente per intensità e profondità di contenuti, che indaga una relazione fra le più intime che costruiamo nella vita: quella con la nostra immagine e la sua evoluzione. Un libro, quindi, «inevitabilmente autobiografico, perché studiare la moda ti mette a contatto con il tuo corpo, ti fa fare delle domande su come ti vedi, e c’è sempre un doppio sguardo. Guardare è anche essere guardati, guardarsi e guardare l’altro per riconoscere qualcosa che fa parte anche di te. Un doppio movimento». Come una conversazione.
Da studiosa della moda, le capita di riscontrare la persistenza del pregiudizio antico che la vede come una pura forma della frivolezza?
«È un pregiudizio che incontro continuamente. Durante una discussione fra architetti, una volta, mi è stato chiesto: ma ti stai annoiando? Ho studiato storia dell’arte, l’architettura mi appassiona: non conta. L’idea è che siccome mi occupo di moda mi interessino solo le frivolezze. A me invece interessa smontarlo, questo pregiudizio; mostrare quanto sia intimo, complesso, rivelatore, insomma importante il nostro rapporto con gli abiti. Conoscere noi stessi ed esserne responsabili vuol dire anche scegliere quello che vogliamo indossare. Questo è il nodo. Nel libro cito Carla Lonzi: ha fatto la storia del femminismo, ci stupisce che si preoccupi di indossare qualcosa che le corrisponda? Vorrei che quello stupore si ribaltasse su sé stesso. È importante che ci riconosciamo in quello che indossiamo. Prendiamo l’esempio di un capo come il corsetto: siamo sicure che sia una costrizione? Forse è bene leggere Bataille e Sade e poi farci un’idea più precisa. Per esempio, del fatto che il corsetto è uno strumento del desiderio, e possiamo scegliere di indossarlo anche solo per il piacere del contatto fra quell’indumento e il corpo. Anche modificare il corpo è una scelta che si può fare: non c’è nulla di giusto o sbagliato. Ecco, a me interessa illuminare la corrente di desiderio che esiste tra noi e i vestiti. Infatti, riflettendo sul Marchese de Sade, vediamo che la vera violenza prende forma nella scomparsa degli abiti. È quello che accade nelle prigioni: le persone vengono spogliate dei vestiti della loro vita “fuori”, di un’identità».
Il servizio completo è sul numero 20 di 7 in uscita venerdì 15 maggio con il Corriere della Sera.
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