UNA STORIA DI COPERTINA E 7 IDEE |
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la più grande rivoluzione delle nostre vite in questo momento si chiama Intelligenza Artificiale: i protagonisti della copertina di 7, da domani in edicola e edizione digitale, sono i fondatori di Anthropic Daniela e Dario Amodei. A Martina Pennisi Daniela racconta dei rischi e delle opportunità della sua creatura e di come potrebbe cambiare lavoro, politica, salute e relazioni e annuncia l'apertura di un ufficio a Milano
La serie dedicata a Milano si chiude con una intervista collettiva al sindaco Beppe Sala, che risponde su prezzi dell'immobiliare, effetti dell'inflazione, sicurezza, futuro suo e della città e molto altro. «Vedo spegnersi lo spirito della borghesia milanese che si è ripiegata su sé stessa», ammette il primo cittadino.
Quello di domani sarà l'ultimo numero di 7 diretto da Barbara Stefanelli, dopo 7 anni in cui, come racconta nel suo editoriale «il desiderio di fondo era costruire un magazine di idee — quelle che il ritmo delle notizie intercetta ma deve in parte lasciar andare per ricominciare con altre notizie – attraverso le persone, le cose della vita, grandi e minuscole». Dalla prossima settimana 7 sarà diretto da Venanzio Postiglione. «Le storie non finiscono, ma cambiano voce».
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ANTHROPIC- I FRATELLI AMODEI: «L'AI VA DISCUSSA INSIEME
NON RIPETIAMO L'ERRORE
DEI SOCIAL»
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Daniela Amodei è un’umanista prestata al capitalismo sintetico. «All’università una delle mie autrici preferite era Joan Didion, un mix tra una giornalista investigativa e una scrittrice di narrativa. Trovavo interessante la sua capacità di raccontare quello che stava succedendo negli anni Sessanta e Settanta negli Stati Uniti in modo, non cinico, ma critico rispetto al suo tempo. C’era molto ottimismo all’epoca, che penso fosse giustificato, ma lei era capace di vedere anche l’altro lato».
È un po’ la storia di Anthropic, colosso dell’Intelligenza artificiale valutato 380 miliardi di dollari (e in trattativa con investitori che lo porterebbero a 950 miliardi) che Daniela Amodei ha fondato con il fratello Dario nel 2021, dopo che entrambi avevano lasciato OpenAI. O quantomeno è come racconta la storia (e si racconta) Anthropic: l’attore non cinico, ma critico della rivoluzione tecnologica in atto.
Lo sguardo lucido e quasi apocalittico dell’autrice de L’anno del pensiero magico in realtà fa pensare più all’approccio dell’amministratore delegato Dario, che non perde occasione per colpire l’opinione pubblica con dichiarazioni roboanti sull’impatto negativo dell’AI. La presidente Daniela, laureata in letteratura inglese all’Università della California a Santa Cruz e appassionata anche di Umberto Eco, tradisce invece un certo ottimismo persino quando affronta le questioni più delicate sulla fase che sta vivendo la sua azienda e la società in generale. Se smonta, poi ricostruisce.
Dal 50% dei lavori d’ufficio di livello base che sparirà entro cinque anni, «ma il lavoro delle persone diventerà molto più umano». Alle settimane in cui il Pentagono li ha classificati come un rischio per la catena di approvvigionamento, perché si sono rifiutati di concedere l’uso indiscriminato delle loro tecnologie per la sorveglianza di massa in patria o per le armi autonome, che Amodei descrive come «molto stressanti», augurandosi di «poter tornare a lavorare in modo produttivo con il governo».
Ci risponde in videochiamata da San Francisco, dove c’è il quartier generale di Anthropic, in occasione dello sbarco in Italia dell’azienda che verrà ufficializzato nelle prossime settimane. Per lei sono circa le 10 di mattina. Ha lo sguardo stanco, ma un sorriso aperto e inscalfibile. «Stiamo cercando di costruire un mondo in cui l’intelligenza artificiale aiuti le persone a vivere il tipo di vita che vogliono vivere. Pensiamo in modo molto critico all’impatto che il nostro lavoro ha sulle persone comuni. Credo che le competenze che ho imparato come studentessa di discipline umanistiche si siano tradotte molto bene in questo lavoro», dice.
Secondo il fratello, è suo il merito di aver infuso un’incredibile fiducia e lealtà nel team di Anthropic. «Dario e io siamo sempre stati molto vicini fin da piccoli», racconta. «Mio padre veniva dall’Italia, quindi la famiglia è sempre stata una base molto forte per noi. Mio fratello è il leader tecnico dell’azienda, io gestisco tutta l’organizzazione. Lui pesa molto di più sulle decisioni relative ai modelli di AI, io invece seguo più la distribuzione, le relazioni con i clienti, le finanze, le persone, la crescita. Qualcuno recentemente ha detto: “Dario ci rende ambiziosi e tu ci rendi di successo”. E ho pensato fosse una bella descrizione di come lavoriamo insieme».
Entrate mai in conflitto?
«A volte siamo in disaccordo. Quando succede, siamo in grado di dirci molte cose negative a vicenda, ma c’è anche la professionalità che deriva dal lavorare insieme. Certo, è più facile arrabbiarsi quando c’è una relazione personale forte. Capita che gli altri si stupiscano: “Aspettate, perché state litigando? Che succede?”. Ma siamo fratelli, a volte abbiamo opinioni diverse. Poi cerchiamo di trascorrere tempo insieme anche fuori dal lavoro. Un giorno a settimana, nel weekend, lui viene da me, vede i miei figli. E in quel giorno non parliamo di lavoro, così possiamo continuare a essere fratelli».
L'intervista completa è sul numero 21 di "7" in edicola e in digital edition con il Corriere della Sera da venerdì 22 maggio
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CI RACCONTIAMO STORIE
PER VIVERE E LAVORIAMO CON
LE IDEE PER CAPIRE
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CI raccontiamo storie per vivere». Lo scriveva Joan Didion — giornalista e autrice americana che ha fatto dell’osservazione della realtà, senza mai indulgenza, una forma d’arte — in apertura di The White Album. Non voleva essere lirica o suggerire metafore: le storie non sono ornamento, sono struttura portante del senso. Senza storie, i fatti restano frammenti.
Ci ho pensato spesso in questi sette anni, da quando è cominciata la mia direzione di 7 che oggi va a chiudersi. Sono nata quotidianista, come diciamo nelle redazioni, e mi sono formata risalendo il flusso delle notizie, delle edizioni notturne — le temibili “ribattute” – e ora degli aggiornamenti sul web. È una formazione permanente, diventa quasi una dipendenza. Il settimanale è stato uno spazio diverso, bellissimo: quello in cui si può e si deve provare a ragionare, a risuonare, oltre le ventiquattr’ore.
Un perimetro periodico in cui i fatti cercano di diventare idee, e le idee cercano le storie giuste per prendere corpo e respirare. Il desiderio di fondo era proprio questo: costruire un magazine di idee — quelle che il ritmo delle notizie intercetta ma deve in parte lasciar andare per ricominciare con altre notizie – attraverso le persone, le cose della vita, grandi e minuscole.
E ancora. Ferruccio de Bortoli ha detto una volta che un giornale non dovrebbe stare «al passo coi tempi» ma «un passo avanti»: raccogliere i segni del cambiamento per anticipare una visione che sia il più completa e utile possibile, magari anche imprevedibile. È stata questa la bussola della nostra navigazione. Perché sette anni sono assieme mappa e territorio. Ci siamo occupati di intelligenza artificiale quando era un laboratorio opaco — e ne abbiamo fatto la nostra ultima copertina, adesso che è il presente di tutti. Abbiamo dedicato un lavoro lungo, in ventun puntate, a Milano: accusata come altre metropoli di essere divenuta invivibile ed esclusiva, eppure tenacemente amata. Ci siamo chiesti che cosa significhi individuare diritti che esistono nella realtà ma non ancora nelle leggi. E che cosa sia, o non sia affatto, la longevità. Abbiamo parlato di relazioni — le più intime, le più universali — in un’epoca in cui mutano senza smettere di essere il centro di tutto. Cuore di tutto.
Una regola: continuare a farsi domande andando allo scoperto, invece di affilare giudizi restando al riparo.
Grazie alla redazione, che non si è mai tirata indietro, veloce e leggera come si vorrebbe fosse sempre una squadra. Grazie alle autrici e agli autori delle rubriche, che ho amato di un amore speciale. E grazie ai lettori, che ci hanno sorpreso più volte: capaci di essere severi e affettuosi nello stesso momento, che è poi la forma più onesta di fedeltà. Il testimone passa a Venanzio Postiglione — che al Corriere è cresciuto e del Corriere è fatto, stile e appartenenza.
Le storie non finiscono. Cambiano voce.
L'editoriale è sul numero 21 di "7" in edicola e in digital edition con il Corriere della Sera da venerdì 22 maggio
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MILANO, IL SINDACO BEPPE SALA: «OGGI È UNA CITTA'
CHE DA' MOLTO, MA CHIEDE MOLTO E DEVE RILANCIARSI»
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Milano città che sale, lo diciamo da inizio 900, città delle opportunità, dei grandi eventi, poi Milano città esclusiva, dal mercato immobiliare inaccessibile, dalla sicurezza sfilacciata. Su 7 abbiamo provato a raccontare come cambia la nostra metropoli «vicino all’Europa»,con 20 puntate di una serie in cui si sono alternati giornalisti del Corriere, scrittori e rappresentanti della società civile e in cui sono stati affrontati, con diversi punti di vista, temi come università, lavoro, industria, casa, accoglienza, religione e cultura. Per provare a capire che cosa che cosa funziona e che cosa no. L’ultimo capitolo di questo racconto è un’intervista collettiva con il sindaco Beppe Sala, che è venuto a trovarci in Sala Albertini e ha risposto alle domande di autrici e autori dell’inchiesta.
Virginia Nesi : Milano è la principale città universitaria italiana: 8 atenei, oltre 210 mila studenti. Crede sia questa una grande chance per attirare e trattenere i giovani talenti? Come si potrebbe lavorare per rendere gli affitti più accessibili a chi sceglie la città per lavorare o iniziare la carriera?
«Per decenni a Milano si è pensato alle fasce più disagiate della popolazione, cioè a chi abita nelle case popolari. Ad oggi oltre 100.000 persone vivono in questi alloggi, che nessun altro comune italiano ha, e pagano circa 150 euro di affitto al mese. Il problema dell’abitare si è poi esteso anche ai redditi medio bassi. Lo dico con sincerità: il Comune non avrà nei prossimi anni le risorse sufficienti per costruire. Il punto è capire se si vuole stringere o meno un’alleanza con l’edilizia privata per nuove case a prezzi più accettabili. L’analisi condotta da Carlo Cottarelli per Aspesi, Assimpredil-Ance, Assoimmobiliare, ritiene questa strada difficile da praticare. Se le cose stanno così e si chiede invece al Comune di costruire bisognerà fare delle rinunce. La prossima giunta dovrà avere il coraggio di dire ai milanesi che, per avere un mercato immobiliare più accessibile, dovranno accettare la riduzione di altri servizi. Nel mio piccolo, in questo secondo mandato, ho provato a fare lo stesso con la sicurezza. Ho usato la maggior parte dei fondi per assumere nuovi vigili e penalizzato altre cose. Sul tema della casa ci vorrebbe, a livello nazionale, un impulso forte del Governo, che al momento non c’è».
Daniele Manca: In questo momento il Paese è stabile, ma non cresce perché la distinzione tra politica e amministrazione locale non c’è. Milano può far capire che è importante muoversi e portare avanti idee e progetti a prescindere dalle risorse stanziate a livello nazionale?
«Quando ho iniziato il mio mandato, dieci anni fa, ho pensato che la città avesse bisogno di far crescere la sua reputazione internazionale. Così è stato: il turismo è raddoppiato, quasi la metà degli studenti del primo anno in alcune delle università è straniera, abbiamo grandi investimenti dall’estero, molti ricchi residenti grazie agli sgravi fiscali, il 21% della popolazione residente è straniera. Quale dovrebbe essere allora la visione del futuro? Credo si possa lavorare molto sull’economia della conoscenza: centri tecnologici e di ricerca , università. Per farlo però è importante credere nella partnership tra pubblico e privato, senza considerarla il demonio, e rilanciarla. La borghesia cittadina dovrebbe tornare ad avere un ruolo di supporto e iniziativa, oggi è molto ripiegata su sé stessa: è una reazione fisiologica alla crisi internazionale, andrebbe invertita la rotta. A Milano resistono la solidarietà e il volontariato, ma si è persa la capacità di progettare il futuro attraverso la creazione della ricchezza».
L'intervista completa è sul numero 21 di "7" in edicola e in digital edition con il Corriere della Sera da venerdì 22 maggio.
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AZAR NAFISI, L'IRAN E NOI:
«LA VITA È SCONVOLGENTE MA VOGLIAMO STARE COMODI»
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Quello di leggere Lolita a Torino, come in altre città d’Italia o d’altri Paesi occidentali, è un diritto a volte dato per scontato, tanto da venire inibito da idioti moralismi per cui la storia di Nabokov è quella di un pedofilo boomer. Leggerlo a Teheran, invece, è resistere alla tirannia di uno Stato patriarcale femminicida. Ed ecco che proporre Leggere Lolita a Teheran per le scuole italiane è una bella sfida, lanciata dal Salone del libro di Torino che l’ha adottato come sesto volume della Biblioteca del Salone (in dono a 7mila studenti per il progetto nazionale). Non stiamo parlando di proporre la lettura di Lolita nelle scuole, ma di aprire gli occhi su chi non ha il diritto di farlo nemmeno all’università, nemmeno a casa propria, come faceva Nafisi nel celebre libro di memorie (in Italia edito da Adelphi), che rievoca le ultime lezioni, a casa sua, per le migliori studentesse che avrebbe presto salutato, per andare in esilio negli Usa, dove vive tutt’ora. L’abbiamo raggiunta al telefono per commentare l’iniziativa e la situazione in Iran.
Qual è il grande fraintendimento su Lolita?
«Che si tratti della celebrazione di un pedofilo. Voglio dire, Humbert è come l’Ayatollah Khomeini. Lolita racconta come la tirannia possa non avere confini, possa anche essere seducente, perché non si presenta certo come un mostro».
In un’intervista su Paris Review Nabokov diceva che Humbert è un “mostro”.
«Sì, ma non nel romanzo. Nell’intervista dice che è un mostro travestito da intellettuale, un uomo affascinante. Ciò che Humbert dimostra, proprio come nel caso di Khomeini, è che i mostri non entrano nelle nostre vite e dicono: “Siamo dei mostri”. Non sono brutti e grassi. Sono piccoli uomini, in realtà. E quando scopriamo la loro piccolezza, allora agiamo. Ecco perché la narrativa è così importante, rivela la verità. E la verità è pericolosa».
Tra i giovani che leggono il suo libro, ci sono delle reazioni che l’hanno colpita?
«Giorni fa ero al Festival Letterario di Montreal e delle ragazze di 14-15 anni mi hanno chiesto delle mie ragazze, delle mie studentesse, cosa è successo... Poi mi hanno raccontato i loro problemi. E mi hanno chiesto cosa potessero fare per l’Iran e io ho detto che la cosa più importante è conoscerlo, comprenderlo. Ecco perché i libri sono importanti. Educano al rispetto per gli altri spingendo a comprenderli senza giudicarli. Uno dei nostri problemi è che vogliamo stare comodi, nelle democrazie occidentali, in tanti non vogliono leggere Huckleberry Finn o Lolita, perché li turbano. Ma come? La vita è sconvolgente. Se non riesci ad accettare qualcosa di sconvolgente in un libro che mette in luce cosa significhi essere uno schiavo, come puoi accettarlo nella vita reale? Nel libro di Twain, Jim non è ritratto solo come uno schiavo, ma come un padre a cui vengono portati via i figli. Non c’è violenza fisica nel libro. La violenza è più profonda».
L'articolo completo è sul numero 20 di "7" in edicola e in digital edition con il Corriere della Sera da venerdì 22 maggio
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PERA TOONS: «SE RIDONO I BAMBINI RIDERANNO TUTTI» |
Una battuta: «Le more hanno una storia da-more». Un’altra battuta: «Il mai-a-letto è l’animale che non va mai a letto». Alessandro Perugini, in arte Pera Toons, potrebbe continuare per ore. È un prestigiatore di giochi di parole. Dice una freddura dietro l’altra. Sui social in oltre 7 milioni seguono le sue vignette umoristiche. Spiega a 7: «Alle superiori mi chiamavano Pera e ho voluto tenere il soprannome. Alla Apple è andata bene. Angelina Mango ha vinto il Festival di Sanremo, abbiamo anche la premier che ha il cognome di un frutto… Ho detto: il nome della frutta, frutta». Tutti i suoi libri hanno venduto più di 3 milioni di copie. Solo Ridi che è meglio, edito da Tunué, oltre 300 mila. Adesso su Rai Gulp e Rai Play va in onda la sua prima serie animata Prova a non ridere!. Racconta il fumettista amatissimo da bambine e bambini: «Ho scelto le battute più belle. Volevo un mood positivo. Vedere una lampada che va a prendere una Coca-Cola alla spina fa ridere».
Abbiamo bisogno di ridere?
«Di natura a me piace tanto ricercare la battuta nel quotidiano. Credo renda la vita più bella. Questa mia filosofia riportata nel lavoro di content creator ha funzionato. Abbiamo bisogno di ridere? Sì, anche per compensare tutte le altre notizie e alcuni post. Sui social vediamo belle macchine, fisici scolpiti. Nella maggior parte dei casi ti lasciano l’amaro in bocca».
Perché?
«Pensi che quella sia la realtà, ma la vita è fatta di difetti, di normalità, non di lusso e vacanze infinite. La vita è come una giostra di un parco giochi. Fai 3 ore di fila per 10 secondi di divertimento: è questo il bello. Sui social vedi solo quei 10 secondi ripetuti all’infinito. Io non dico come bisogna essere, per me l’importante è far ridere».
Chi è la prima persona che ha voluto far ridere?
«I miei compagni di classe delle medie. Volevo essere simpatico. Mi ero appena trasferito ad Arezzo da un piccolo paese. Probabilmente era un modo per fare amicizia e per attirare l’attenzione. Faccio battute anche per far ridere me stesso. È diventata una missione».
Il servizio completo è sul numero 20 di 7 in uscita venerdì 15 maggio con il Corriere della Sera.
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Grazie per aver letto questo numero di Sette+. Se avete domande, suggerimenti o desiderate contattarci, non esitate a scrivere a [email protected]. Saremo lieti di ascoltarvi e di migliorare sempre più grazie al vostro feedback.
Alla prossima settimana, con nuovi contenuti e aggiornamenti!
La redazione di Sette
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