UNA STORIA DI COPERTINA E 7 IDEE |
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Può una scrittrice vendere 4 milioni di copie in tempi certo non semplici per i libri? L’impresa è riuscita a Felicia Kingsley, pseudonimo di Serena Artioli, autrice di punta del fortunatissimo genere Romance. Dall’8 maggio Non è un Paese per single, uno dei suoi best seller, diventa un film in esclusiva su Prime Video. Matilde Gioli veste i panni della protagonista, Elisa.
Felicia Kingsley e Matilde Gioli sono le protagoniste della copertina di 7, da domani in edicola e edizione digitale. Insieme discutono di come le donne della loro generazione, le millennial, hanno rotto molti tabù e cambiato l’idea della singletudine.
A seguire una guida di 20 pagine dedicata al Salone del Libro di Torino con gli appuntamenti da non perdere e le interviste a Emmanuel Carrère, Michele Mari, Jina Khayyer, Valentina Petrini, Antonio Perazzi e Giuseppe Antonelli.
Per i 150 anni del Corriere della Sera un'intervista di Maria Luisa Agnese alla storica firma di moda Adriana Mulassano, una delle prime donne giornaliste a essere assunta al quotidiano. L'attrice Irene Maiorino racconta a Virginia Nesi come si è preparata per il ruolo di Grazia Deledda in Quasi Grazia, dal 14 maggio al cinema.
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KINGSLEY -GIOLI: «RACCONTARE IL SESSO È UNA VERA LIBERAZIONE» |
Prendi la scrittrice più venduta in Italia per tre anni consecutivi, in tempi in cui la lettura perisce sotto i colpi degli smartphone, e un’attrice lanciata a poco più di 20 anni da uno dei registi più noti del cinema italiano. La prima è un architetto che ha iniziato a scrivere sotto pseudonimo per paura di un richiamo dell’ordine professionale. La seconda studiava filosofia e ha trovato un volantino con un annuncio per comparse «con accento milanese». Una è nata nel 1987, l’altra nel 1989. La prima ha un compagno e un figlio, la seconda è serenamente single. Felicia Kingsley, al secolo Serena Artioli, e Matilde Gioli si ritrovano a parlare d’amore e molto altro. L’occasione è l’uscita del film Non è un paese per single, dall’8 maggio in esclusiva su Prime Video con la regia di Laura Chiossone, tratto dall’omonimo bestseller di Kingsley. Matilde Gioli interpreta la protagonista: Elisa, mamma sola, impegnata a difendere l’adorata tenuta in cui vive dalle mire di Michele (Cristiano Caccamo), ritrovato amico d’infanzia diventato uomo d’affari di successo. Ok, no spoiler, ma Kingsley è una delle regine del Romance e il film, ovviamente, resta una commedia romantica. Alla fine vivranno felici e contenti, ma, nel tragitto, ci si diverte.
Felicia Kingsley, dopo 18 libri, pubblicati in 20 Paesi, e 4 milioni di copie vendute, uno dei suoi best seller diventa un film. Non capita a tutti gli autori. Emozionata o spaventata?
«Sono molto fortunata, in Italia il passaggio dallo scaffale della libreria allo schermo non è così immediato, soprattutto per il Romance. All’inizio ero un po’ preoccupata: i lettori si affezionano all’immaginario che loro si sono creati, questa è la potenza della scrittura e della lettura. Le mie paure si sono dissipate quando ho parlato con la produzione: non ho partecipato direttamente alla sceneggiatura, ma ho sempre ricevuto materiali e aggiornamenti. Sono stata due giorni sul set, ho seguito da vicino il lavoro di Laura Chiossone e ho trovato un bellissimo clima. Mi sono sentita coinvolta, questo per me è stato importante».
Matilde, conosceva i libri di Felicia Kingsley?
«Avevo letto solo Prima regola non innamorarsi, quando mi è stata proposta la parte di Elisa era in dubbio se cominciare anche Non è un paese per single, ma ho lasciato perdere. Pur essendo un’attrice, preferisco i libri ai film, mi piace immaginarmi i personaggi e i luoghi a modo mio mentre leggo, è inevitabile che poi le trasposizioni portino a un confronto. Anche in questa occasione non volevo confondermi e ho letto solo la sceneggiatura. Però la penna di Felicia mi piace moltissimo, è ironica e brillante. Ci siamo conosciute sul set e abbiamo scoperto di avere tante cose in comune, soprattutto generazionali. Potremmo andare avanti a parlare per ore delle nostre fisse: siamo un po’ nostalgiche»
Felicia Kingsley: «Io in casa ho un mobile che è una macchina del tempo, tra cd e sorprese delle uova Kinder Anni 90. Matilde ha ragione: in alcuni film tratti da libri ci sono protagoniste completamente riscritte, che non combaciano con quelle della pagine. Mi viene in mente Il diavolo veste Prada. La Andy Sachs interpretata da Anne Hathaway è un po’ ingenua, ma molto sveglia, quella del libro è una vera imbranata. Una che farebbe perdere la pazienza a chiunque, non solo a Miranda Priestley».
L'intervista completa è sul numero 19 di "7" in edicola e in digital edition con il Corriere della Sera da venerdì 8 maggio
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PAOLI MI DISSE:
«MORIRO' E RINASCERO'GATTA»
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Ho ricevuto un messaggio da Paola Penzo, la moglie di Gino Paoli. E, con la sua autorizzazione, lo voglio condividere con voi, lettori di 7, perché riguarda un po’ anche il nostro giornale. Due anni fa, infatti, pubblicai su queste pagine un’intervista al grande cantautore genovese, realizzata nell’ambito di una serie dedicata al tema della morte. Non potevo certo lasciarne fuori l’autore di Senza fine. Il poeta, nella nostra chiacchierata vista mare, si definì un cristiano che non credeva nella resurrezione. E aggiunse: «Mi convince di più l’idea induista: rinasci in nuova forma di vita, ma non ricordi nulla della precedente. È più poetico». Gli chiesi in chi o che cosa immaginava di reincarnarsi. E lui mi rispose, indovinate un po’: «In una gatta».
Era ovviamente un omaggio alla gatta della sua celebre canzone. Esistita davvero. «Veramente un personaggio», mi raccontò. «Mi aspettava sul terrazzo della soffitta di Boccadasse dove vivevamo, e si sporgeva quando mi vedeva arrivare. Una volta cadde e si fece male una zampa. Da allora ogni volta che la rimproveravo me la mostrava e mugolava lamentandosi». Fu così che «il mio sconfinato amore per i gatti e il mio bisogno di mare» si fusero in una immortale canzone.
Ora, c’è stata una novità: «Volevo farti sapere – mi ha scritto Paola dalla casa di Genova dove ha vissuto la sua lunga storia d’amore con Gino – che è veramente arrivata una gattina; e ha deciso con determinazione, affrontando due cani poco amichevoli, di venire a vivere con noi. L’ho chiamata Gina!!!». Allegato un video di questa impertinente nuova ospite, che ora ha preso possesso del divano di Gino Paoli.
So (sappiamo) che sono fantasie della nostra mente, la quale non può accettare la “scomparsa“ di una persona: nessuna traccia umana può scomparire, meno che mai quando ci è stata così vicina, così prossima, così intima. Oppure no, non lo sono; certamente non sono fantasie per coloro che credono nella reincarnazione, non pochi nel mondo, qualcosa in più di un miliardo di persone. E non pochi neanche alle nostre latitudini, dove questa ipotesi (speranza?) è più diffusa di quanto si pensi persino tra osservanti cattolici. In un’altra intervista per 7 a un altro grande artista, Mogol, lui mi aveva descritto scherzosamente con una citazione musicale che cosa si aspettava di essere nella sua prossima vita: «Cervo a primavera, o gabbiano di scogliera…».
Non credo perciò che dobbiamo perdere troppo tempo e troppe energie a domandarci se tutto questo possa essere vero oppure no. Perché al fondo c’è comunque un’assoluta verità: e cioè che i nostri cari restano con noi, che qualcosa di loro resta nel nostro mondo. Che si tratti di un’eredità morale, di un organo trapiantato, dell’insegnamento o delle parole di un testamento, di ricordi che si trasferiscono e diventano parte dell’identità di chi ricorda, o di quella che Hannah Arendt chiama «immortalità terrena», una scia luminosa, come la luce delle stelle morte, continua a irradiare la vita di chi è rimasto.
Quante volte abbiamo sentito una vedova o un figlio dire: «Lo sento ancora qui?» E allora che importa se, per sentirlo, la fa rivivere in un sogno, in una foto, o in una gatta?
La rubrica è sul numero 19 di "7" in edicola e in digital edition con il Corriere della Sera da venerdì 8 maggio
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SPECIALE SALONE DEL LIBRO |
EMMANUEL CARRER:
«LA MIA GRANDE MADRE
E LA SUA CECITà SUI RUSSI»
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Alla fine dell’intervista, al caffè della Galleria d’arte moderna di Roma, prendiamo spunto da un passaggio di Kolchoz dove Carrère scrive che i libri che più lo coinvolgono sono quelli che presentano sia la dimensione orizzontale della vita, cioè l’amore, l’amicizia, i legami con il tempo che stiamo vivendo, sia quella verticale, cioè i rapporti tra generazioni, antenati e discendenti. Invecchiando, gli interessa sempre di più la dimensione verticale, non tanto gli amici e gli amori, quanto i genitori, i figli e «il bambino che sono stato». Ma come si può scrivere di cose così intime mentre stiamo andando incontro a una catastrofe storica senza precedenti? Nel caso di Kolchoz, l’equilibrio arriva da personaggi, come la madre e la cugina, e Carrère stesso, che sono interpreti eccezionali del nostro tempo. Non a caso Carrère colloca il nuovo titolo (edito da Adelphi) sulla diagonale tra le rette (sulla verticale c’è il Regno e V13, sull’orizzontale Yoga e Vite che non sono la mia).
In russo Kolchoz indica un’azienda agricola collettiva, ma per Carrère e le sorelle era il rito di assemblare cuscini nella camera da letto materna. Si tratta del libro più personale di Carrère, un album di famiglia, che è l’album della sua famiglia ma pure di chi ama la sua scrittura. Capace, per privilegio d’anagrafe, talento e disciplina, di intrecciare storia personale e personaggi storici, cronaca e autobiografia, verità romanzesca e menzogna romantica. Se il padre e lo zio Nicolas, che qui escono dall’ombra, si rivelano i mandanti morali di Carrère — la passione genealogica del padre, la lotta dello zio contro le menzogne — svettano la madre, grande storica della Russia, Hélène Carrère d’Encausse, e la cugina di Carrère, Salomé Zourabichvili, alla guida della Georgia. Tra le foto citate, in una c’è la madre con Putin, nell’altra, Salomè con dietro un murales: “Fuck Putin”.
Qual era il rapporto di sua madre e la Russia?
«Da figlia di immigrati russi, cacciati dal loro Paese dall’Unione Sovietica, dai bolscevichi, è cresciuta nell’ostilità verso il comunismo e, allo stesso tempo, è diventata una specialista dell’URSS. Dopo la caduta, ha pensato, ha voluto pensare, in modo molto ottimista e volontaristico, che la nuova Russia sarebbe stata l’opposto dell’Unione Sovietica. Che si sarebbe avvicinata all’Europa, alla democrazia... Le piaceva Eltsin: pensava fosse l’eroe della democrazia. Come fu, all’inizio. Poi, però, sotto Eltsin, la democrazia è diventata una parola violenta, una parolaccia... Ma mia madre ha voluto continuare a crederci, poi è diventata una sorta di mediatrice, di ambasciatrice tra la Francia e la Russia. È stata una sorta di consulente dei presidenti e dei ministeri degli affari esteri in Francia, sulla Russia. Quando è arrivato Putin, è restata ottimista dicendo: “Beh sì, Putin, d’accordo, è un po’ brutale, ma in fin dei conti tiene in pugno il Paese”. Mi hanno detto: “Era amica di Putin”. No, non era amica di Putin, sarà stata ricevuta da Putin forse tre o quattro volte, in un ufficio. Ma è vero che faceva sentire la voce della Russia, e del potere russo, in Francia».
Sua cugina Salomé?
«Lei è cresciuta in un clima di grande grande ostilità verso l’Unione Sovietica e verso la Russia. A mia madre della Georgia non importava affatto, pensava che fosse un piccolo popolo simpatico e folcloristico, nonostante suo padre fosse georgiano. Salomé ha seguito lo stesso percorso di mia madre, la grande ascesa meritocratica repubblicana. Da diplomatica francese a presidente del Paese dei suoi genitori, la Georgia. La sua posizione è di resistenza attiva alla Russia».
L'intervista completa è sul numero 19 di "7" in edicola e in digital edition con il Corriere della Sera da venerdì 8 maggio. A seguire altre interviste e approfondimenti dedicati al Salone del Libro di Torino
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JEFF KOONS: «LA MIA OPERA ISPIRATA ALLA VENERE DI 28MILA ANNI FA» |
Alla fine dell’intervista, al caffè della Galleria d’arte moderna di Roma, prendiamo spunto da un passaggio di Kolchoz dove Carrère scrive che i libri che più lo coinvolgono sono quelli che presentano sia la dimensione orizzontale della vita, cioè l’amore, l’amicizia, i legami con il tempo che stiamo vivendo, sia quella verticale, cioè i rapporti tra generazioni, antenati e discendenti. Invecchiando, gli interessa sempre di più la dimensione verticale, non tanto gli amici e gli amori, quanto i genitori, i figli e «il bambino che sono stato». Ma come si può scrivere di cose così intime mentre stiamo andando incontro a una catastrofe storica senza precedenti? Nel caso di Kolchoz, l’equilibrio arriva da personaggi, come la madre e la cugina, e Carrère stesso, che sono interpreti eccezionali del nostro tempo. Non a caso Carrère colloca il nuovo titolo (edito da Adelphi) sulla diagonale tra le rette (sulla verticale c’è il Regno e V13, sull’orizzontale Yoga e Vite che non sono la mia).
In russo Kolchoz indica un’azienda agricola collettiva, ma per Carrère e le sorelle era il rito di assemblare cuscini nella camera da letto materna. Si tratta del libro più personale di Carrère, un album di famiglia, che è l’album della sua famiglia ma pure di chi ama la sua scrittura. Capace, per privilegio d’anagrafe, talento e disciplina, di intrecciare storia personale e personaggi storici, cronaca e autobiografia, verità romanzesca e menzogna romantica. Se il padre e lo zio Nicolas, che qui escono dall’ombra, si rivelano i mandanti morali di Carrère — la passione genealogica del padre, la lotta dello zio contro le menzogne — svettano la madre, grande storica della Russia, Hélène Carrère d’Encausse, e la cugina di Carrère, Salomé Zourabichvili, alla guida della Georgia. Tra le foto citate, in una c’è la madre con Putin, nell’altra, Salomè con dietro un murales: “Fuck Putin”.
Qual era il rapporto di sua madre e la Russia?
«Da figlia di immigrati russi, cacciati dal loro Paese dall’Unione Sovietica, dai bolscevichi, è cresciuta nell’ostilità verso il comunismo e, allo stesso tempo, è diventata una specialista dell’URSS. Dopo la caduta, ha pensato, ha voluto pensare, in modo molto ottimista e volontaristico, che la nuova Russia sarebbe stata l’opposto dell’Unione Sovietica. Che si sarebbe avvicinata all’Europa, alla democrazia... Le piaceva Eltsin: pensava fosse l’eroe della democrazia. Come fu, all’inizio. Poi, però, sotto Eltsin, la democrazia è diventata una parola violenta, una parolaccia... Ma mia madre ha voluto continuare a crederci, poi è diventata una sorta di mediatrice, di ambasciatrice tra la Francia e la Russia. È stata una sorta di consulente dei presidenti e dei ministeri degli affari esteri in Francia, sulla Russia. Quando è arrivato Putin, è restata ottimista dicendo: “Beh sì, Putin, d’accordo, è un po’ brutale, ma in fin dei conti tiene in pugno il Paese”. Mi hanno detto: “Era amica di Putin”. No, non era amica di Putin, sarà stata ricevuta da Putin forse tre o quattro volte, in un ufficio. Ma è vero che faceva sentire la voce della Russia, e del potere russo, in Francia».
Sua cugina Salomé?
«Lei è cresciuta in un clima di grande grande ostilità verso l’Unione Sovietica e verso la Russia. A mia madre della Georgia non importava affatto, pensava che fosse un piccolo popolo simpatico e folcloristico, nonostante suo padre fosse georgiano. Salomé ha seguito lo stesso percorso di mia madre, la grande ascesa meritocratica repubblicana. Da diplomatica francese a presidente del Paese dei suoi genitori, la Georgia. La sua posizione è di resistenza attiva alla Russia».
L'articolo completo è sul numero 19 di "7" in edicola e in digital edition con il Corriere della Sera da venerdì 8 maggio
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IRENE MAIORINO:
«HO MESSO OCCHIALI E PELLICCIA DELLA ZIA. LA MIA DELEDDA
È NATA COSI'»
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La cosa più difficile da affrontare per la prima donna entrata al Corriere? «Qui c’è da ridere: è che allora non c’era un gabinetto femminile in tutta la redazione. Ma alla fine è stata una fortuna, perché mi hanno dato uno studio con un gabinetto all’interno, solo mio. A volte arrivava Eugenio Montale che, molto carino, diceva: “Guarda che mani, i libri sono pieni di polvere. Posso andare nel tuo bagno?”. Per carità, rispondevo». Chi racconta è Giulia Borgese, la prima donna assunta stabilmente nel 1961, alla cultura.
Oggi le giornaliste sono tante ma allora Giulia a lungo è rimasta sola. Poi è arrivata Adriana Mulassano, quando è esplosa la grande stagione del costume e della moda, il direttore Spadolini chiede consiglio a Giulia e lei, in una forma di sorellanza ante litteram, suggerisce Adriana. Che ricorda: «Raccontavo a modo mio, facevo la critica, così come esiste il critico cinematografico o quello teatrale, non stavo certo lì a contare le pences, non mi interessavano le piegoline. Io davo l’immagine, senza veemenza. Poi sono diventata più cattivella».
Scene, ricordi, madeleine dell’avventura di un grande giornale: questo e molto altro è raccontato nel documentario 150 anni di Corriere della Sera. Il racconto dell’Italia uscito proprio per il 150esimo compleanno del nostro quotidiano (realizzato da 3D produzioni insieme alla Fondazione Corriere della Sera). Di quegli anni al Corriere, di moda e di Milano racconta Adriana Mulassano.
Come è andato il tuo arrivo al Corriere?
«Sono arrivata grazie a Giulia che conoscevo. Io ero stata assistente in America del fotografo Richard Avedon, e a quel tempo ero assunta ad Amica, ma volevo solo scrivere, Giulia aveva un buon rapporto con Spadolini, dicevano che era la prediletta, gli parla di me e mi comunica che lui voleva incontrarmi: io tremo all’idea di andare al Corriere, ma vado. E gli racconto che Irene Brin, la grande giornalista di costume, quando collaborava al Corriere mi aveva preso sotto la sua ala e mi portava alle sfilate. Spadolini mi dice: “Ma io ora non ho un posto da redattrice di moda da darle, ne facciamo ancora troppo poca. Cosa dice della terza pagina?”. E io: “Vengo anche in ginocchio, da apprendista stregona”».
Ma c’era ancora il problema dei bagni?
«Sì, e allora andavo anch’io nel bagno di Giulia Borgese».
Per il resto come era l’ambiente allora per una donna?
«I nostri migliori alleati erano gli operai, i tipografi. Anche se curavo la terza pagina, mica parlavo con Moravia o Pasolini, portavo le pagine in tipografia».
Ma poi un altro direttore, Antonio Di Bella, le dà un incarico importante. Si stava uscendo dagli anni di piombo, arrivava il riflusso, la stanchezza per la politica, e anche il Corriere si apriva ai temi del privato. In prima pagina appare la lettera di un lettore sposato e innamorato di una ragazza, intitolata Morire d’amore, poi quella di una moglie di Cinisello adultera per noia, e infine quella di un’amante che si sentiva sola a Natale.
Il servizio completo è sul numero 18 di 7 in uscita mercoledì 29 aprile con il Corriere della Sera.
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Le interviste e i servizi |
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Grazie per aver letto questo numero di Sette+. Se avete domande, suggerimenti o desiderate contattarci, non esitate a scrivere a [email protected]. Saremo lieti di ascoltarvi e di migliorare sempre più grazie al vostro feedback.
Alla prossima settimana, con nuovi contenuti e aggiornamenti!
La redazione di Sette
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