A qualcuno sarà capitato, da bambino, di trovarsi coinvolto in una recita teatrale nei panni di un paggio, di un maestro di danza, di un ciambellano o altra figura di secondo piano (principesse e principi ce ne sono sempre stati pochi, la maggioranza è una condizione comprimaria). Magari allora ricorderà come lo spettacolo, da quel punto di vista laterale e secondario, prendesse tutto un altro senso: l’attesa per le poche battute o i pochi movimenti da inserire nel quadro dell’opera era carica di tensione, e una volta consumato l’intervento, l’impressione era che si trattasse, malgrado tutto, di qualcosa di essenziale, senza cui principi e principesse non avrebbero potuto principiare alcunché.
Nei libri che suggeriamo in questo numero l’intento è proprio quello di risvegliare il senso della lateralità contenuto nelle opere, siano esse letterarie o cinematografiche, convinti che lì si annidino un momento di verità corale e dei dispositivi narrativi complessi. Il richiamo alla complessità è forse il tratto più importante: fateci caso, molte delle storie che ci vengono proposte dall’editoria presente sono scarne, quando non del tutto prive, di personaggi secondari, come se intralciassero la storia, oscurassero il protagonismo e così facendolo rovinassero festa e finali. E allora forse bisognerebbe avere la forza di chiedersi come mai le seconde linee vengano spesso trattate in modo sciatto, senza cura, senza passione.
Una lezione interessante può venire, tra le altre, dalla lettura della biografia di Pico della Mirandola di Edwar Wilson-Lee (ne scrive per noi Mario De Caro). Era un appassionato di dettagli, di pensieri laterali, di conoscenze secondarie. Pensava che l’avrebbero aiutato a coniare una lingua nuova, per un mondo nuovo.